Buon Natale!

Consumo di suolo e impianti fotovoltaici a terra: proteggiamo il Polesine e la sua agricoltura.

POLESINE-L’impianto fotovoltaico di Loreo (42 MW su 62,5 ha, oggi coltivati a mais e soia) è solo l’ultimo di una serie: dall’inizio dell’anno, nel solo Polesine, sono state presentate istanze a San Martino di Venezze (14,8 MW), Badia Polesine (25 MW), Occhiobello (8,7 MW), Salara (5,9 MW).
Se è vero che non tutti gli impianti comportano il consumo di suolo agricolo (la campagna, per intenderci), è anche vero che spesso quel suolo non è “nelle aree industriali e in quelle ambientalmente già compromesse”.

Nel 2019 il consumo di suolo in Italia si è attestato a quasi 2.140.000 ha: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna rappresentano un terzo di tutto il Paese e da diversi anni, ormai, il trend è in aumento. Nell’ultimo anno, le nuove coperture artificiali hanno riguardato 16 ettari al giorno e i suoli più colpiti sono quelli a vocazione agricola, circa tre volte più dei suoli in area urbana. (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, dati 2019) Difendere i terreni agricoli vuol dire difendere la produzione alimentare, la fertilità del suolo, il paesaggio, il lavoro di tanti contadini e allevatori – compresi sempre più giovani – che vivono dei frutti della terra, la biodiversità, gli insetti impollinatori. Noi mangiamo tutti i giorni grazie a loro. Vedere distese di pannelli solari sui campi agricoli non è normale, vuol dire che qualcosa non va: diverso è vedere gli stessi pannelli sui tetti delle stalle, sui parcheggi, in aree non più utilizzabili.
Un ragionamento simile si può fare per le distese di mais, o di altre piante, al servizio delle centrali a biomasse: mais che non sarà mangiato dall’uomo o da animali, ma destinato a produrre energia. Peggio ancora, poi, se le masse vegetali arrivano su gomma dopo aver percorso parecchi chilometri. In realtà c’ è un modo sostenibile di inserire il fotovoltaico (a terra) nel mix energetico e nel contesto agricolo. Per farlo bisogna privilegiare l’ autoconsumo e la produzione più distribuita possibile (Carlo Petrini, Slow Food).

Se l’agricoltura viene intesa come agroindustria – un ossimoro – vengono a cadere la sostenibilità, la biodiversità, contano solo i numeri e il valore economico. Se si guarda al fotovoltaico, o a qualsiasi altra fonte di energia rinnovabile, come ad un business, il consumo di suolo è semplicemente un “danno collaterale”, altre sono le priorità. Sia chiaro: il fotovoltaico rimane centrale nella rivoluzione energetica, bisogna soltanto fare in modo che non comprometta altre risorse utili – come il suolo – e sfrutti invece la miriade di spazi a lui più adatti.
Sicuramente interessante è la prospettiva dell’agrivoltaico: ossia della convivenza di impianti fotovoltaici a terra con le colture agricole e l’allevamento, utilizzando pannelli sospesi ad una certa altezza e che non coprono costantemente le piante. Un equilibrio a volte non facile – tra reddito agrario e reddito energetico e non adatto a tutte le colture – per questo spesso sperimentale, che non può diventare però la foglia di fico per nascondere il puro business.
La proposta di legge n. 41, presentata dal consigliere Roberto Bet della Lega, ha il pregio di ribadire che vi sono aree comunque non utilizzabili ed altre “compromesse”, sempre utilizzabili; nel contempo, però, non protegge tutte le aree agricole e apre ad ulteriore consumo di suolo. pagina 2. Le aree ad elevata utilizzazione agricola e quelle ad agricoltura mista e naturalità diffusa possono realizzare impianti a terra fino a 200 KW. Nelle aree di pianura, con attività agricola specializzata, compresi gli allevamenti – aree agropolitane – e nelle aree con attività agricola a ridosso dei centri urbani – aree periurbane – si possono installare impianti fino ad 1 MW. Vale la pena ricordare la proposta di legge sull’arresto del consumo di suolo e sul riutilizzo dei suoli urbanizzati, curata dal Forum Salviamo il Paesaggio ma ferma da diversi anni in parlamento. Il Veneto che Vogliamo – Coordinamento polesano Paolo Giolo

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