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OVAZIONE PER LO STABAT MATER DELLA FABULA SALTICA.

ROVIGO – Quattro minuti d’applausi scroscianti e fragorosi. Ovazione del Teatro sociale di Rovigo per la prima nazionale della nuova produzione coreografica Stabat Mater della Compagnia Fabula saltica diretta da Claudio Ronda. Nella serata piovosa di ieri sera (26 ottobre) l’illustre teatro cittadino si è riempito del pubblico degli amatori, che in un silenzio quasi sacrale ha vissuto con cantanti, orchestra e danzatori le atmosfere cariche di pathos della partitura di Pergolesi, dall’intro all’Amen finale, che ha liberato tutta la tensione emotiva.

Questa nuova produzione dell’Associazione balletto Città di Rovigo compagnia Fabula Saltica col prezioso apporto dell’assessorato alla Cultura del Comune di Rovigo, sigilla il classico Stabat Mater di Giovan Battista Pergolesi su testo sacro in latino di Jacopone da Todi, con alcune composizioni originali di Paola Magnanini che danno la possibilità alla coreografia di svilupparsi drammaturgicamente per un’ora. Ne esce un’opera da camera moderna e unitaria, seppur divisa in scene, dove anche i silenzi hanno una sonorità, su cui la compagnia di danza disegna una progressione di quadri visivi (e sonori), in cui il dolore di Maria assume un senso contemporaneo e diventa il simbolo del dolore universale di tutti i genitori che hanno perduto un figlio, soprattutto in questi tempi di guerra.

Il progetto artistico è frutto della collaborazione del regista e coreografo Claudio Ronda col direttore d’orchestra e pianista Gerardo Felisatti che, per la prima nazionale, ha diretto la magnifica Orchestra regionale Filarmonia veneta con l’inserimento di alcuni elementi del Conservatorio Venezze di Rovigo. La valorizzazione degli artisti del territorio veneto e rodigino è un plus valore di questa produzione. Sono vanto regionale le due cantanti liriche di livello nazionale ed internazionale, che in duetto e in assolo, hanno interpretato magistralmente la cantata su testo di Jacopone da Todi. La soprano Giulia Bolcato, di origine veneziana, e la mezzosoprano rodigina Paola Gardina. Assolutamente perfette, intense e coinvolgenti.

Tutta la coreografia si sviluppa dall’unità del gruppo dei danzatori, sottendendo il concetto che solo condividendo il proprio dolore in un rito comunitario si può sperare di superarlo. Fin dal primo quadro appare in scena una lunga trave, simbolo certo della croce di Cristo, ma ancor di più del peso insopportabile di un dolore profondo e incomprensibile. Non è possibile trasportarlo da soli. Servono tutti i danzatori, serve la forza della comunità. Nel silenzio della morte, la trave viene fatta rotolare battendo sul pavimento i rintocchi del destino. Il pesante oggetto di scena accompagnerà tutti i quadri, sarà trasportato come una triste bara, ma anche fatto girare, sollevato, usato come appoggio, calpestato, impiegato come altezza da cui buttarsi, alzato come una rampa su cui camminare e lanciarsi nel vuoto, dove qualcuno però ti aspetta per abbracciarti. Le sequenze di gruppo sono spesso composizioni compatte in continuo mutamento come un caleidoscopio di emozioni variabili. Al secondo duetto “O quam tristis et afflicta” in Sol minore, è un florilegio di braccia, mani, volti, gambe in sincrono, di grande impatto visivo. Come se il dolore trovasse una forma e mutasse in una continua metamorfosi. Il gruppo si scompone in coppie e singoli e si ricompone, può trasportare un elemento, sollevarlo, riadagiarlo, con cura e dolcezza nasconderlo e proteggerlo, tra le braccia e i corpi in movimento. Come nel duetto “Sancta mater, istud agas” in Mi maggiore. Il gruppo diventa anche un insieme di singoli che si muovono in armonia, che si spostano come onde. Molto articolato il movimento a terra dei danzatori. I passi a due sono cadute e sollevamenti, un intreccio e uno scambio di pesi e contrappesi fra i corpi. I brani strumentali di Paola Magnanini fanno da ponte tra quelli di Pergolesi e qui i danzatori portano tutta la loro espressività drammaturgica. Dai singoli il gruppo si ricompone in forme, dove l’uno spunta come il pistillo da una corolla di un fiore. Impressionante la sequenza sincrona dei danzatori in fila, a comporre un serpente o forse un corridoio nero.

La scena è buia, ma i ballerini danzano in coni di luce; oppure su un pavimento luminoso di crepe visive. Frutto dell’intervento tecnico di Gianluca Quaglio. I costumi di Antonio Taurino, realizzati da Federica Coppo, sono neri e minimalisti, con spacchi sulle gonne per richiamare forse lo strappo delle vesti come rito funebre. Veli neri vengono maneggiati come oggetti di scena da ogni danzatore. Nell’insieme una coreografia molto articolata, molto impegnativa fisicamente ed espressivamente; molto varia in cui si esprimono i singoli, le coppie, il collettivo, sia nella durata dell’azione che nell’usare tutto lo spazio scenico a disposizione. Punte altissime, le composizioni di gruppo. Applausi lunghi e meritati per il coreografo e regista Claudio Ronda, ottimamente supportato da Federica Iacuzzi.

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